Enrico Florentino
11 Marzo 2019

#024 – Le sfide della Consulenza finanziaria: l’avversione dei Consulenti alle novità – di Enrico Florentino

Uno dei fattori, che più di ogni altro, incide sulla mancata crescita del settore è, a mio modo di vedere, l'avversione che gli attori principali di questo settore, nello specifico i consulenti finanziari, hanno rispetto ai temi del cambiamento.

Scopri gli argomenti dell'episodio:

Il contesto in cui viviamo (5:00)
La disruption (11:00)
Il metodo (19:15)
Lo stakeholder più importante (32:00)

Ciao e grazie per aver deciso quest’oggi di stare in mia compagnia ascoltando la puntata numero 24 dell’IMPRENDIPROMOTORE PODCAST. Io sono Enrico Florentino e voglio aiutarti a migliorare la tua impresa di consulenza finanziaria.

Prima di cominciare questo episodio, prenditi un momento per iscriverti a questo podcast e, se ti va, lascia una recensione.

Qui trovi la trascrizione integrale del Podcast.

In questa serie di puntate dell’IMPRENDIPROMOTORE Podcast mi sono interrogato su quali possano essere le principali sfide che il consulente finanziario è chiamato ad affrontare.

Ne è uscita una serie di sei puntate dove ho avuto modo di individuare, isolare e analizzare, cercando ovviamente sempre di dare delle soluzioni, ciò che in questo momento potrebbe rallentare la crescita della professione.

Uno dei fattori, che più di ogni altro, incide sulla mancata crescita del settore è, a mio modo di vedere, l’avversione che gli attori principali di questo settore, nello specifico i consulenti finanziari, hanno rispetto ai temi del cambiamento.

È paradossale come il consulente finanziario, nonostante egli stesso si trovi ad essere un grande interprete portatore di novità presso la clientela e verso il mercato, dimostri una certa visione conservatrice per ciò che concerne se stesso, la propria professione, e si trovi ad opporre una grande resistenza al cambiamento.

Nella puntata di oggi dell’IMPRENDIPROMOTORE Podcast cercherò di analizzare questa sfida e soprattutto cercherò di darti degli spunti su come superarla e vincerla.

Parto da una massima del grande poeta tedesco Friedrich Schiller che scriveva “Ogni novità, anche la felicità, spaventa” e devo dirti che spesso mi capita di incontrare consulenti finanziari che mi confidano che, nonostante siano felici, la felicità spaventa perché una volta che si è raggiunta si ha molto timore di perderla.

La stessa felicità o lo stesso desiderio di raggiungere risultati alla fine ci intimorisce perché una delle cose che più mi colpiscono è che difficilmente ho trovato consulenti finanziari che hanno pianificato, con estrema attenzione, anche quello che è il percorso futuro della loro attività professionale; andando a farsi un piano di business, un business plan, un piano di marketing, andando a scriversi degli obiettivi, ma, soprattutto, cercando di capire come poterli raggiungere.

Sì perché nel momento in cui io decido di scrivere, di mettere nero su bianco gli obiettivi o le cose che intendo raggiungere, è implicito che vado ad assumermi una grande responsabilità nei confronti di me stesso e della impresa di consulenza finanziaria.

Questo presuppone che cosa? Il fatto che necessariamente per poter raggiungere gli obiettivi, dobbiamo cimentarci con quelle che sono le naturali resistenze, i naturali ostacoli che sulla strada dell’imprenditore si frappongono in maniera importante e continuativa tra la situazione attuale e la situazione futura.

Il contesto in cui viviamo (5:00)

Devo dirti che mai come in questo momento il contesto in cui viviamo è portatore di novità e cambiamenti continui che capisco possano incutere del timore, specialmente se le situazioni che ci troviamo ad affrontare sono situazioni nuove, nuove per noi, nuove magari per le competenze che sinora abbiamo acquisito, nuove per l’esperienza che finora abbiamo fatto che ci porta, però, a credere di non avere sufficienti risorse per poter affrontare il futuro.

Sicuramente c’è una componente da parte di molti consulenti – ovviamente le mie sono considerazioni generali sia ben chiaro, poi ciascuno farà il proprio bilancio, le proprie considerazioni sul suo stato personale sullo stato di salute della propria impresa di consulenza finanziaria – che pensano: “Speravo finalmente di essere arrivato, di aver raggiunto quell’equilibrio tra vita professionale e personale, equilibrio anche in termini di redditualità e che, oggi, nel momento in cui stanno arrivando sfide molto importanti come la MiFID2 eccetera, subito comincio a sentir tremare sotto i piedi il terreno”.

Ogni minaccia che può arrivare, ogni sfida, che poi viene interpretata come minaccia che può arrivare dal futuro, penso al FinTech due anni fa: non c’era giorno che non arrivasse un articolo da parte delle principali testate del settore che parlava di robo advisor che avrebbe minacciato il futuro della professione, il tema dell’intelligenza artificiale, il fatto che un giorno un computer potrà sostituire l’uomo, non credo ma anche questa veniva palesata come sfida, poi ultimo ma non ultimo, il tema della MiFID2.

In realtà, di queste tre minacce o opportunità quest’ultima è quella più concreta visto che in questi giorni arriverà il famoso estratto conto verità. Devo dire che il mondo della consulenza si sta interrogando su come affrontare questi temi, come superarli e superarli da vincenti.

Un trend che sta investendo tutti i settori a livello mondiale è quello della demolizione letterale delle rendite di posizione. Mi riferisco in particolar modo a quei settori che sono ipernormati pertanto molto difficili da penetrare da una persona esterna.

Provate a pensare alle difficoltà che potrebbe avere qualsiasi soggetto nell’esercitare la professione di consulente finanziario se non è iscritto all’albo, se non ha superato l’esame, eccetera! C’è una soglia all’ingresso molto importante. Questo vale per tantissimi altri settori. Nonostante tutto ciò, tutti i settori ipernormati, che garantiscono o hanno garantito fino a poco tempo fa una sorta di rendita di posizione, oggi sono in grandissima fibrillazione; si pensi, per esempio, al settore dei taxi, il fatto che Uber abbia sparigliato le carte sul tavolo e quindi abbia messo in fortissima discussione il settore del taxi la dice lunga su quanto quest’ultimo settore, quello del trasporto di persone pubblico, è forse ipernormato.

Non è che oggi decido di fare il tassista, mi metto in giro con la mia auto e posso tirar su persone a destra e a manca facendomi pagare, sarei assolutamente fuori legge!

Questo ha permesso ai tassisti di poter godere di una rendita di posizione importante e Uber è arrivato a sparigliare le carte, tant’è vero che la definizione di Uber è “la più grande compagnia di taxi al mondo senza possedere neanche un taxi”.

Pensiamo al settore dell’hotellerie. Tutti gli hotel, oggi, vivono una pressione fortissima da parte di realtà come Airbnb che stanno mettendo in forte discussione anche il concetto di albergo come lo abbiamo sempre visto e vissuto e dove fare impresa alberghiera presuppone una serie di vincoli e rispetto di alcune normative che un Airbnb non ha.

Ancora attorno al tema del settore dei trasporti, a tutte quelle dinamiche che possono essere rappresentate da quelle app che permettono di poter ottenere dei passaggi da terzi nel momento in cui abbiamo bisogno di spostarci da Padova a Milano come BlaBlaCar.

Anche questa app è una realtà virtuale che, mettendo in relazione domanda e offerta in questo caso di passaggi automobilistici, mette in forte crisi quelli che sono i vettori tradizionali come il treno oppure il trasporto pubblico su gomma.

È vero che c’è ipernormazione in questi settori, è vero che hanno goduto di una rendita di posizione, è vero anche che nel settore ipernormato c’è molta difficoltà a reagire agli elementi di novità.

La disruption (11:00)

Siamo in presenza di quella che io amo definire disruption cioè questa distruzione creativa, questo arrivo di app o di servizi che grazie alla tecnologia erano impensabili fino a pochi anni fa e che oggi sono diventati non solo la realtà, ma stanno mettendo in fortissima discussione tanti settori che tradizionalmente sono cresciuti nel tempo, hanno prosperato e che oggi, proprio perché molto grandi e pesanti e poco inclini al cambiamento, vivono una pressione non da poco.

La disruption, se dovessi dare un’immagine con le parole, è un po come se tu ti trovassi in un condominio al primo piano che sta andando a fuoco quindi non hai la possibilità di scendere al piano terra e scappare, sei costretto a salire al secondo piano, quindi devi percorrere una rampa di scale dove mancano tre gradini centrali, non c’è il parapetto, sei costretto ad avanzare a salire e anche a prenderti qualche bel rischio nel fare questo salto che potrebbe farti cadere nel vuoto.

Di queste cose, della disruption, il settore bancario non è immune.

C’è un bel libro edito da Laterza, ti suggerisco di leggerlo, si chiama “Digital Banks” di Chris Skinner, che racconta quale sarà il modello di banca del futuro.

Il modello di banca di come noi l’abbiamo conosciuto e come si è sviluppato nei secoli, ovvero custodire il denaro in eccesso di chi ne ha e poterlo prestare a chi ne ha bisogno; oggi quel modello di business sta mostrando decisamente la corda.

Lo dimostrano la marginalità che si è ridotta quasi allo zero per le banche e nell’attività di raccolta del denaro, di prestiti, lo dimostrano anche i tanti esuberi che stanno arrivando, lo dimostra anche il fatto che la tecnologia nel frattempo ci sta consentendo, grazie allo smartphone, di essere collegati 24/7 con la banca: non c’è più bisogno di andare fisicamente allo sportello.

Nel libro Digital Banks di Chris Skinner l’autore racconta di come potrà essere la banca del futuro dove la vera ricchezza non sarà rappresentata dal denaro ma dai dati, i cosiddetti big data, perché una banca ha una perfetta conoscenza delle tue abitudini, sa esattamente a che ora spendi i soldi, dove li spendi, perché la tracciabilità dei pagamenti attraverso le carte di credito, il bancomat, l’addebito automatico delle bollette, insomma, può tranquillamente delineare le abitudini dei clienti.

Queste abitudini si trasformano per la banca in informazioni che un giorno saranno oro perché potranno essere cedute a terzi, nello specifico ad altre app che possono a quel punto svolgere l’attività bancaria, pur non essendo delle banche, dove i clienti pagheranno delle fee alle app che provvederanno a stornare parte di queste fee direttamente alla banca.

Quindi il modello delle banche del futuro è esattamente il modello di business che oggi è tipico del consulente finanziario.

La tua ricchezza principale è la relazione, i tuoi dati sono il conoscere più o meno approfonditamente i clienti, ed il fatto che tu indirizzi il denaro, in questo caso dei clienti, a delle app esterne, case prodotto, le fabbriche che ti consentono di dare gambe e concretezza alle soluzioni che proponi ai tuoi clienti.

Ebbene tu già stai interpretando, magari inconsapevolmente, il modello a cui le banche nel futuro dovranno tendere per poter sopravvivere. Questo ha un grandissimo vantaggio competitivo: più avrai la capacità di conoscere il cliente, di andare in profondità in merito alla relazione con lui, diventare un vero e proprio partner, più di fatto ti troverai in una situazione di grande vantaggio.

Mi ha molto colpito una ricerca fatta nel 2014 da IBM dove chiese ai propri clienti come percepivano i commerciali con i quali erano in relazione. La cosa interessante è che l’80% dei clienti rispose che il commerciale veniva percepito come un product pusher, cioè uno spacciatore di prodotti; solamente il 15% percepiva il commerciale come un solutore di problemi, un problem solver, e una minima parte, cioè un 5%, lo considerava invece un consulente fiduciario, un trusted advisor.

Credo che il mondo della consulenza finanziaria sia già sulla buona strada per essere percepito come un solutore di problemi. Lo dimostra il successo che iniziative quali il Patrimonialista, del mio amico avvocato Massimo Perini con il quale stiamo intraprendendo questo tour per l’Italia a due voci, ma lo dimostrano anche le tante certificazioni che le varie mandanti stanno cercando di far ottenere ai consulenti finanziari in ambito patrimoniale, dimostra come, quelle che oggi possono essere considerate a pieno titolo delle competenze accessorie rispetto all’attività professionale del consulente finanziario, in realtà sono quelle che più di altre potranno fare la differenza nel futuro.

La buona notizia, nonostante ci sia questa avversione al cambiamento da parte dei consulenti finanziari, è proprio quella che oggi il consulente finanziario interpreta un modello di business che precede e anticipa largamente quello che sarà il modello di business delle banche tradizionali di domani.

Attenzione, però, perché avere un vantaggio competitivo, ovvero anticipare un modello di business, non vuol dire rimanere con le mani in mano, perché le banche da questo punto di vista è vero che sono pachidermiche ma è vero anche che una volta che hanno istituito i processi poi arrivano.

Quel vantaggio competitivo che il consulente finanziario ha, rischia di non avercelo più nel futuro. Quando arrivano con la portaerei, il consulente finanziario che è una piccola barchetta, un gommoncino, è chiaro che farà molta fatica a rimanere sul mercato se nel frattempo non vuole continuare a mantenere questo vantaggio competitivo.

La situazione di oggi è, se dovessi usare una metafora, come la situazione che vive costantemente un surfista, avete presente i surfisti? È fantastico vederli cavalcare l’onda, ma chi fa surf ti racconterà che prima di essere riuscito a poter dominare l’onda stando su una tavola scivolosa e instabile, che è metaforicamente esattamente ciò che stiamo vivendo oggi, un cambiamento continuo, ti pare di essere arrivato a un certo livello e subito se non stai in guardia rischi di scivolare e di cadere nuovamente in mare, di essere travolto. Hai onde irregolari, di altezza diversa, di potenza diversa, di frequenza diversa.

Il metodo (19:15)

Ebbene, nel momento in cui hai bisogno di cavalcare l’onda lo devi fare attraverso un metodo, il metodo presuppone, però, una grande volontà e soprattutto una grande determinazione nel fare, e nel fare, chiaramente, con costanza. Questo è probabilmente ciò che determina e che fa la differenza tra un consulente imprenditore di successo e un consulente normale.

Probabilmente è la determinazione, la forte volontà e l’essere volitivi nel cercare di affrontare l’onda, non di farsi travolgere, di andarle incontro, e di sfruttare la sua forza avversa per poter poi salire su questa benedetta tavola da surf e godere di un’esperienza che immagino sia straordinaria.

Una cosa importante: per poter fare ciò è necessario essere consapevoli, uscire da un’altra resistenza al cambiamento che non sia dei liberi professionisti, ma che sia degli imprenditori.

Di questo io ne non certissimo! Non importa che tu sia un consulente finanziario legato alla mandante o indipendente (so che tra l’altro sono molti i consulenti indipendenti che ascoltano questo podcast) l’importanza è capire che tu fai l’imprenditore, e facendo l’imprenditore devi essere consapevole che sei in una situazione molto instabile.

Te lo posso garantire perché da tre anni a questa parte lo faccio e la situazione è costantemente instabile, ma grazie a questa instabilità e alla spasmodica ricerca di un equilibrio, sei in grado di poter affrontare ciò che arriva e aumentando, io dico sempre, la tua visione periferica potrai vedere cose che prima non vedevi perché sapevi che tutto sommato forse non avevi questa consapevolezza di esser imprenditore, eri un libero professionista che talvolta aveva come retro pensiero lo svolgere un’attività più da parasubordinato.

Questa cosa del consulente finanziario che riceve tutti i mesi provvigioni esattamente nello stesso giorno in cui vengono pagati anche gli stipendi dalla società mandante, te la dice lunga su come questa abitudine nell’acquisire queste provvigioni nello stesso giorno tutti i mesi ti porti di fatto da un lato a una certa sicurezza nell’agire, dall’altro a interiorizzare e ad acquisire l’abitudine che ti da stabilità ma che alla fine ti porta a non spingere, a non avere la capacità di affrontare le sfide e le novità.

Quando parliamo di imprenditore parliamo anche di impresa, e quando parliamo di impresa dobbiamo innanzitutto pensare a una cosa che ho acquisito durante il mio MBA, che mi ha più colpito durante una lezione nel percorso di studi legato alla strategia aziendale: il professore ci diceva sempre che la proprietà di un’azienda non è mai dell’imprenditore, o meglio, lo è nel momento in cui egli la fonda, una volta che tu hai acquisito un primo cliente, hai un primo fornitore, avrai bisogno di una banca, pagherai le tasse, avrai dei dipendenti, l’azienda in quel momento diventa informalmente, perché formalmente rimane sempre dell’imprenditore, diventa di proprietà degli stakeholder portatori di interessi.

Questa è un salto importante a livello mentale che credo che il consulente finanziario imprenditore debba fare. Devi sempre essere consapevole che intorno a te ruotano una serie di portatori di interesse ai quali devi rendere conto, che ti piaccia o meno.

Dirai: “Caspita cosa vuol dire? Mi sto facendo il mazzo (mi scuseranno gli ascoltatori sull’utilizzo di questa modalità gergale) per cosa? Per dover rendere conto a tutti questi portatori di interessi?” Beh sì, ti dico già di sì.

Vediamo quali sono gli stakeholder, i portatori di interesse principali ai quali rendere conto.

Il primo in assoluto, abbiamo modo di vedere, è la famiglia: che tu sia sposato, che tu abbia un nucleo familiare o che tu sia single, non importa, anche se sei single comunque devi rendere conto a te stesso, persona fisica, mettiamola così, se poi hai un nucleo famigliare dovrai rendere conto anche alla tua famiglia in termini di obblighi, di sostentamento.

Ci sono altri datori di lavoro, altri portatori di interessi che, secondo me sono importanti: i clienti. Non dobbiamo mai dimenticarlo, grazie a loro al fatto che spendono tutti i santi giorni i loro denari attraverso le fee, con te, tra l’altro mi piace da un po’ di tempo a questa parte immaginare che la tua consulenza sia una consulenza su abbonamento.

Prova a pensarci: oggi tu paghi Sky per vedere delle cose, oggi un tuo cliente paga una fee, quotidianamente o su frazione giornaliera, ma ti paga una fee mensile o annuale che consente lui di ottenere consulenza da te, di fatto ti occupi di erogare consulenza su abbonamento. Anche i clienti sono dei portatori di interesse importantissimi.

Poi c’è la mandante se sei legato a una società mandante; non dimentichiamoci che la società mandante ti consente una serie di cose che chi si trova in una situazione di consulenza indipendente non ha.

Non voglio entrare nel merito sul conflitto di interessi o meno perché è sempre una materia molto delicata dove, ed è un mio rammarico, i consulenti indipendenti la trattano in maniera un po’ troppo manichea. Penso che il bene e il male ci siano da ambedue le parti, non è pensabile che nel mondo della consulenza legata solo a mandanti sia il brutto o Belzebù e dall’altra parte ci sia il paradiso, credo come sempre che il mondo è bello perché ci sono infinite sfumature di grigio.

Se noi andassimo ad analizzare le caratteristiche e quanto ci viene richiesto dai singoli stakeholder ne avremmo di che ristrutturare la nostra impresa e quindi uscire dalla nostra area di comfort e conseguentemente andare incontro alle avversità, ma facendo in modo che le avversità possano rafforzarci o darci la forza per poter fare un salto ulteriore, un grande salto di paradigma.

Dicevo prima, il primo datore di lavoro del consulente finanziario, a mio modo di vedere, ma anche dell’imprenditore, è proprio la famiglia. Intesa come? Ovviamente come gli impegni economici che ho nei suoi confronti o nei confronti di me stesso, anche in termini di obiettivi che io intendo realizzare o far realizzare alla mia famiglia e nel contempo intendo realizzare per me stesso.

Una serie di di domande che mi farei per cercare di identificare quali possano essere gli ostacoli e cercare di superarli, che tipo di equilibrio sto tenendo tra vita professionale e personale. Perché è importante questa domanda? Perché se sta pendendo un po’ più verso la vita professionale e volessi riequilibrarla verso la vita personale, dovrei cercare di lavorare di meno o più smart?

Magari dovrei necessariamente introdurre nel mio modello di business il fatto che per poter liberare delle ore da poter dedicare alla mia famiglia dovrei delegare alcune funzioni o attività a un’assistente.

Questo ci aiuta a capire che la famiglia è uno stakeholder, potrebbe aver bisogno di noi per poter dedicare del tempo alla famiglia ho bisogno di liberare tempo alla professione, per poter liberare tempo, per essere meno impegnato sulla parte professionale devo delegare, per delegare mi devo porre il problema di superare un ostacolo, in questo caso il cambiamento e il fatto di interiorizzare che posso delegare buona parte delle cose, secondo devo assumermi la responsabilità per cominciare ad avere un collaboratore.

Darsi delle risposte a certe domande vuol dire anche individuare delle soluzioni che spesso non rientrano nella nostra comfort zone e quindi ecco che ci troviamo a dover superare i limiti, i confini di questa zona di comfort.

Altra cosa, quale prezzo sono disposto a pagare per poter ottenere di più in futuro per me o per la mia famiglia?

Oppure un’altra domanda che sarebbe opportuno fare proprio vedendo la nostra impresa dal punto di vista dello stakeholder famiglia, quali sono gli obiettivi famigliari e personali che l’attività imprenditoriale dovrebbe essere in grado di farmi realizzare?

Non dimentichiamoci che un imprenditore ha sempre degli obiettivi tangibili e intangibili.

Tangibili potrebbero essere gli obbiettivi immobiliari, non so, comprare una casa in montagna, un’automobile, un viaggio eccetera; intangibili, come dicevo prima, potrebbero essere liberare del tempo per poter stare con la famiglia, questo implica delle scelte a livello organizzativo.

Dal punto di vista del cliente, altro stakeholder importante. Credo che un cliente ciò che si aspetti di più da una qualsiasi azienda è avere un alto livello di servizio, soprattutto i clienti dei consulenti finanziari. Domande tipo: “Qual è il modello di servizio che offriamo a i clienti?” come per esempio i clienti vengono accolti, come spieghiamo e con quali supporti comunichiamo le nostre soluzioni? Oppure quante volte per quanto tempo incontriamo i clienti, come comunichiamo la nostra proposta di valore?

Come vedi sono tutte domande che ci aiutano a metterci nei panni dei nostri stakeholder, che ci portano a fare delle scelte che vanno oltre la nostra area di comfort nel cercare di continuare di mantenere livelli standard molto elevati con la clientela.

Altro stakeholder: la società mandante. Che tipo di rapporto stiamo intrattenendo con la mandante, di semplice fornitura di servizi? Di partnership? O di vera e propria collaborazione?

E soprattutto come possiamo condividere e realizzare gli obiettivi di crescita? Oggi sei un imprenditore e la mandante potrebbe essere idealmente un tuo fornitore, ma potremmo distinguerlo tra fornitore occasionale o partner, in questo caso è un partner, vediamo come possiamo metterci nella condizione di darci un rapporto che sia veramente win win, che sia di reciproca fiducia, che consenta ad entrambi di poter crescere.

Queste sono domande che poi hanno delle implicazioni importanti su come intendiamo interpretare la professione. Nel momento in cui decidiamo di interpretarla in un determinato modo dobbiamo apportare dei cambiamenti a ciò che abbiamo fatto o come ci siamo comportati finora.

Lo stakeholder più importante (32:00)

E infine, lo stakeholder più importante che sei tu. Tu sei il consulente e l’imprenditore di te stesso. Sei di fatto l’azionista unico della tua società e rappresenti anche il management. Che tipo di giudizio daresti al management della tua azienda (in questo caso a te stesso)?

Se tu fossi un azionista e partecipassi all’assemblea degli azionisti della tua azienda saresti contento nel sapere che il management non ha fatto un bilancio di previsione o non sa quanto investire in marketing per il prossimo anno?

Oggi alcuni consulenti non sanno quanto investiranno nel marketing, non pianificano le attività e questi sono solo alcuni dei tanti esempi.

Un’altra cosa da chiederti: come intendi generare i margini e far crescere costantemente il fatturato.

Quando parliamo di stakeholder ci troviamo di fatto a dover far fronte alle avversità.

Perché c’è una sorta di avversione alle novità?

Il tema principale è legato alla pre-occupazione, attività che surriscalda il tuo cervello che non fa accadere nulla all’esterno, le persone non possono sapere i tuoi pensieri e il mondo continua ad andare avanti. Il tema del preoccuparsi non serve a nulla e la cosa più importante da fare è quello di iniziare ad occuparsi delle cose.

Occuparsi delle cose genera azioni ed emozioni che portano ad agire.

Come prima cosa è necessario essere consapevoli del fatto che sia necessario uscire dalla propria zona di comfort e questo significa iniziare a occuparsi delle cose.

Spesso suggerisco ai consulenti di cominciare partendo in piccolo, anche se si pensa in grande. Questo perché partire in piccolo e raggiungere i primi risultati è la benzina più bella che possiamo introdurre nel serbatoio della nostra auto per poter carburare e capire che siamo in grado di fare cose nuove, affrontare e vincere nuove sfide.

Vincere delle sfide quotidiane migliora la nostra autostima e ad agire di conseguenza.

Suparando gli ostacoli faremo in modo che l’avversione alle novità non riguardi più il settore della consulenza finanziaria.

Il tema dell’avversione alle novità è forse l’ostacolo più importante che i consulenti finanziari devono imparare a rimuovere.

Una volta che il consulente finanziario avrà avuto la capacità di imboccare la strada del cambiamento, sono convinto che le opportunità da cogliere saranno moltissime.

 

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