Alex Ricchebuono è esperto di asset management e un grande autore che da anni si occupa di divulgazione finanziaria.
Indice
COSA POTRAI APPRENDERE DA QUESTA INTERVISTA:
I trend più interessanti (8:45)
I timori dei risparmiatori (16:15)
La storia del mondo finanziario (19:00)
Cosa insegna la storia (28:50)
Il tema delle cryptovalute (35:35)
I trend più interessanti (8:45)
Florentino: Ti occupi da molti anni di investimenti alternativi, dal tuo osservatorio di specialista quali sono i trend che stai osservando e che ritieni più interessanti?
Ricchebuono: Viviamo sicuramente un periodo storico unico dove i tassi d’interesse sugli investimenti tradizionali, in particolar modo quelli obbligazionari, oramai sono a livelli bassissimi.
La maggior parte delle emissioni dei Titoli di Stato dei paesi occidentali offrono tassi negativi su scadenze da zero a cinque anni, per cui è molto difficile trovare rendimento.
Nella mia società ci occupiamo sostanzialmente di investimenti di private equity, quindi cerchiamo di selezionare dei fondi che investono in aziende dell’economia reale e si sta parlando tantissimo di investimenti in real economy.
La verità è che l’Italia è un po’ un’anomalia a livello internazionale perché se noi guardiamo le statistiche il livello di penetrazione degli investimenti in liquidi, in particolar modo delle private equity è il più basso nel mondo occidentale.
È vero che se ne parla tanto, ma ad oggi rappresenta meno dell’1% delle masse totali, contro una media europea tra il 12% ed il 15% e addirittura gli Stati Uniti si attestano al di sopra del 20%.
Gli spazi sono enormi, le opportunità sono importanti soprattutto nel contesto di un economia come quella italiana che è basata sul capitalismo familiare dove c’è da un lato una grandissima ossatura di piccole-medie imprese, ma c’è un problema generazionale molto forte. In questo caso la finanza al servizio dell’economia reale può generare rendimenti superiori alla media.
Florentino: Può dare anche un grande contributo allo sviluppo delle imprese, che è uno dei grossi problemi che abbiamo in Italia visto che è un mercato essenzialmente di piccole imprese.
Ricchebuono: Correttissimo e l’Italia in questo contesto ha delle eccellenze straordinarie soprattutto nelle piccole e piccolissime imprese, dove alcuni di questi prodotti sono distribuiti a livello mondiale, però c’è un problema generazionale.
Molto spesso queste società sono in mano ai patriarchi che ormai sono vicini a cedere lo scettro e spesso le nuove generazioni non hanno ancora la capacità di poter adattarsi a questo mercato internazionale molto complesso.
Florentino: Rispetto al private equity e al private debt, secondo te possiamo definirli come delle asset class che non sentiranno l’influsso della moda momentanea come possono aver conosciuto altre asset class?
Ricchebuono: Questa è un’ottima domanda perché la differenza fondamentale tra l’investimento liquido o semi-liquido è che comunque può essere disinvestito in qualunque momento. Per quanto riguarda l’investimento invece il private equity prevede delle tempistiche medio-lunghe.
Per cui un vestito che tu dovresti tenere per otto-dieci anni difficilmente esce di moda perché si adatta alla trasformazione dell’economia.
Uno dei vantaggi del private equity è quello di andare ad individuare quei settori a più alto potenziale di crescita nel futuro. I fondi tradizionali spesso vengono guardati con lo specchietto retrovisore, cioè quello che è andato bene negli ultimi tre-cinque anni di solito viene selezionato anche se non è detto che possa andar bene nei tre-cinque anni successivi. Per quanto riguarda invece il private equity il lavoro è esattamente inverso, si guarda quello che può andare bene nei prossimi cinque-otto-dieci anni e si privilegiano quei settori e quelle aziende che hanno le caratteristiche per essere quelle del futuro, non quelle che sono andate bene nel passato.
Per cui direi che difficilmente si possa uscire di nuovo da un investimento del genere.
Florentino: Quindi se noi volessimo immaginare quello che potrebbe essere il futuro, si potrebbe andare a vedere dove voi investite per avere con una buona approssimazione uno scenario futuro.
Ricchebuono: Sicuramente, infatti noi abbiamo lanciato dei fondi che investono in quella che è chiamata l’economia 4.0, ovvero rivolti veramente al futuro. Se io solo quattro-cinque anni fa ti avessi detto che tramite il tuo computer da casa avresti potuto fare delle dirette quasi televisive a costo zero facendo intervenire chi vuoi da qualunque angolo del pianeta probabilmente mi avresti dato del matto.
Di innovazioni di questo genere nelle tecnologie che utilizzeremo ce ne sono tantissime che stanno diventando realtà, perché i nostri telefonini non sono più semplicemente un mezzo di comunicazione, ma sono dei veri e propri computer che ci daranno sempre di più accesso a tutta una serie di servizi e prodotti in maniera assolutamente immediata e a costi molto più accessibili che in passato attraverso queste nuove tecnologie.
Pensiamo anche alla macchina che si guiderà da sola o a tutte le innovazioni nel campo delle biotecnologie, alla cura di alcune malattie che sembrano oggi incurabili e che probabilmente lo diventeranno sempre di più con i progressi che ci sono legati alla genomica e alla scienza biologia.
Siamo entrati in una fase della storia dell’uomo dove la fantasia che spesso veniva utilizzata per scrivere libri di fantascienza oggi si sta concretizzando sempre di più in tecnologia alla portata di tutti.
Gli investimenti di private equity consistono proprio in quello, cioè di investire nelle aziende che faranno probabilmente molto bene nel futuro.
I timori dei risparmiatori (16:15)
Florentino: Uno dei timori che potrebbero avere i risparmiatori è quello di investire direttamente in un’azienda senza avere le competenze, vogliamo dare un po’ di informazioni?
Ricchebuono: L’investimento diretto è quello che ognuno di noi può fare avendo da parte dei capitali ingenti per poter acquistare una percentuale di un’azienda non quotata.
È chiaro che si metterebbero tutte le uova in un solo paniere, per cui se qualcosa andasse storto quella tecnologia che sulla carta sembra straordinaria poi non andrebbe o quel prodotto uscirebbe di moda. Rischieremmo di aver bruciato gran parte dei nostri risparmi.
Il vantaggio degli investimenti nei fondi di private equity ed in particolar modo nei fondi di fondi di private equity è quello di consentire una granularità degli investimenti che a regime ti consentono di avere 6-700 o addirittura 1000 partecipazioni in aziende dell’economia reale spesso localizzate in Paesi molto lontani dal nostro. E non penso solo agli Stati Uniti, ma anche all’Asia, alla Cina, al Giappone, al nord Europa, dove anche avendo un network di amicizie straordinarie sarebbe difficile riuscire ad investire.
Storicamente gli investimenti di private equity, che fanno un po’ paura perché sono liquidi per cui richiedono tempi di maturazione medio-lunghi, sono sempre stati un po’ ad appannaggio dei grossi capitali, delle grandi famiglie ricche a livello internazionale.
Ultimamente, un po’ per il fatto che i rendimenti si sono abbassati molto sui Titoli di Stato e un po’ per il fatto che l’equity quotato è arrivato a livelli molto alti, si stanno un po’ aprendo di più ad un mercato di investitori intelligenti, che sanno cosa stanno facendo, ma che vogliono cogliere le opportunità del futuro.
La differenza fra l’investimento diretto rispetto a quello indiretto è quella di affidarsi a gestori professionisti in grado di individuare le aziende migliori, di aiutarle, perché spesso questo è un grande vantaggio e c’è un’enorme differenza rispetto ai fondi tradizionali. I gestori di private equity spesso intervengono nella gestione delle aziende, per cui apportano il loro valore aggiunto, consentendo magari di aprire nuovi mercati o di migliorare le tecnologie, creare economie di scala, cosa che l’imprenditore locale domestico avrebbe molta difficoltà ad accedervi.
La storia del mondo finanziario (19:00)
Florentino: Com’è nata questa tua passione per la storia del mondo finanziario? Andare alla ricerca delle origini, cercare di capire… io ho avuto modo di poter seguire qualche puntata della trasmissione che tu stai facendo ed invito veramente tutti a collegarsi.
Ricchebuono: Non mi crederai Enrico, ma è una storia incredibile che mi fa piacere condividere.
Sono sempre stato appassionato di storia fin dal liceo, non la storia tradizionale, mi piace leggere i romanzi dove si scopre meglio la psicologia o la personalità di certi personaggi storici.
Cinque anni fa ho avuto un brutto incidente in moto, ero a Londra e sono venuto a Milano per incontrare dei clienti. Avevo una moto, un BMW 650, quindi una moto abbastanza importante, mi trovavo in via Boccacci, in pieno centro a Milano ed una signora davanti a me ha visto bene di rallentare e di mettersi in seconda fila come se stesse parcheggiando di fronte ad un parrucchiere. La simpatica signora, a 30 metri da un semaforo ha deciso di fare inversione ad u senza frecce ed io ho finito la mia corsa sotto la sua macchina. Mi sono aperto un piede e mi hanno dato 54 punti, mi sono rotto un po’ di ossa in giro per il corpo, ma soprattutto ho preso una brutta botta e mi è venuta un’emorragia cerebrale che mi ha portato ad un coma farmacologico per 48 ore.
Quell’incidente mi ha costretto a letto circa sei-otto mesi tra fisioterapia e cure e lì, invece di disperarmi, ho ripreso un po’ delle cose che avevo. E tra l’altro io sono un collezionista di queste cose, ho cominciato come tutti i bambini coi francobolli e poi da lì mi è scoppiata la passione di tutte quelle che sono banconote, monete, certificati azionari, obbligazionari, manoscritti di nobili che si scambiavano debiti legati alle guerre che facevano, cose che incredibilmente uno non può trovare da nessuna parte, perché non esiste un museo al mondo che le colleziona.
Florentino: Neanche il museo dei risparmi a Torino?
Ricchebuono: No, purtroppo no. Il museo dei risparmi di Torino è un’ottima idea che però non contiene oggetti antichi. È sostanzialmente un museo legato proprio all’idea di risparmio. C’è tutto un percorso multimediale molto interessante, però se tu vuoi vedere la prima moneta, la prima banconota, il primo certificato azionario, la prima carta di credito, lì non la trovi, come purtroppo non la trovi da nessun’altra parte in giro per il mondo-
Se vai a vedere delle raccolte numismatiche dove ci sono centinaia o migliaia di monetine, alla fine anche se sei un appassionato, dopo dieci minuti ti annoi, perché la moneta è piccolina, non ti racconta niente e diventa un po’ riduttivo.
E quindi dopo questo incidente ho avuto l’idea, visto che ho deciso di tornare a lavorare in Italia e ai tempi lavoravo con una società francese poco conosciuta, di fare un evento in cui ho parlato della storia del denaro e mi sono reso conto che nessuno sa niente di soldi.
Chi lavora nel mondo della finanza, per mille ragioni, ignora il denaro. Allora io faccio sempre questa battuta: andresti da un ortopedico al quale dici “guardi, ho male qua… mia moglie dice che ho qualcosa alla cistifellea” e questo dice “io non so cosa sia la cistifellea, io faccio l’ortopedico, a me che me ne frega?!”.
Andresti ad investire da uno che non sa cosa sono i soldi? Purtroppo sì perché neanche le università insegnano queste cose.
Per cui da una botta in testa ho iniziato, veramente per gioco, a divulgare queste cose e da lì sono nate tante di quelle opportunità che non mi sarei mai immaginato.
Tu parlavi della trasmissione che sta andando ora in onda su Il Sole 24 Ore, ma ho avuto anche il privilegio e la fortuna di girare un documentario che è ancora in onda sulla Rai, che s’intitola Money Art, dove ho raccontato i rapporti tra la finanza e il mondo dell’arte fin dall’origine scoprendo chi era Mecenate fino ad arrivare alla crypto-arte e tutte le forme di collezionismo di arte contemporanea.
Florentino: Che cosa ha rappresentato nella storia dell’umanità l’invenzione della moneta?
Ricchebuono: Ti dirò una cosa che io sostengo da tanto tempo, che però quando la dico, la gente rimane un po’ titubante.
La moneta è la più grande invenzione della storia dell’umanità, più della ruota e delle medicine. Ogni volta che il denaro fa delle innovazioni, quasi in contemporanea l’economia fa un salto quantico.
Quindi ci si sposta da essere cacciatori-raccoglitori, dove la gente si sgozzava per strapparsi di mano il frutto caduto dalla pianta o l’animale cacciato nella foresta a cominciare a fare affari insieme, perché la magia della moneta è proprio quella di consentire a dei nemici di sedersi e di mercanteggiare invece di sgozzarsi l’un con l’altro, questa è già una forza pazzesca della moneta.
Florentino: Devo dire, da Veneto, che i veneziani hanno avuto delle capacità di fare commerci fino alla terra di Kublai Khan e la Cina con Marco Polo. E credo che il mezzo di scambio che abbia favorito tutto sia stato proprio la moneta.
Ricchebuono: Ma tu lo sai perché si dice “schei” per esempio? Tu sai benissimo che tutto il Triveneto è stato sotto il dominio dell’impero austro-ungarico per diversi secoli, per più di tre secoli, e le monete venivano quindi battute alla zecca di Vienna oppure in alcune zecche decentralizzate dell’impero austro-ungarico e sulle monete c’era scritto “scheidemunze” che voleva dire moneta divisionale. “Scheide” veniva pronunciato dai veneti “schei”.
Florentino: A questo punto, spero di non dire una castroneria, avendo i miei nonni che erano di origine lucana, loro usano il termine “termisi”, i torinesi, probabilmente perché in quel caso erano le monete del Regno d’Italia, corretto?
Ricchebuono: Erano i “tornesi”, le lire tornesi erano state introdotte dai francesi e in tutto il Regno delle Due Sicilie circoleranno tornesi per più di cinque secoli, per cui la lira tornese era proprio la moneta di più basso valore, utilizzata per comprarsi il pane o gli oggetti d’uso comune, per cui entra nel linguaggio comune proprio come soldi.
Cosa insegna la storia (28:50)
Florentino: Volevo chiederti questa cosa in merito alle grandi truffe, ce ne sono state anche in passato e magari la storia non è servita a non ripeterle o evitarle, ma anzi, sembra quasi che ne abbia favorito il proliferare.
Ricchebuono: Sì, nella storia dell’uomo di truffe o di malversazioni ce ne sono quante ne vuoi, veramente a centinaia, anzi direi migliaia.
È un po’ nella natura umana quella di volersi arricchire nel breve termine e in alcuni casi erano stati dei tentativi nati in buona fede che sono finiti male.
Faccio un esempio: mi parlavi dell’Unità d’Italia e fino al 1870 l’Italia non era unita, abbiamo come convenzione quella di dire che è stata unificata nel 1861, ma nel 1861 Garibaldi era riuscito solo a prendere il Regno delle Due Sicilie. Mancava ancora una parte del Triveneto, mancava tutto lo Stato della Chiesa.
Quando l’Italia si unifica manca una zecca centrale, per cui rimangono vive le cinque banche d’interesse nazionale e queste banche sono localizzate nelle principali città che erano le capitali dei Paesi che hanno dato origine all’Italia.
Quindi a Torino c’era la Banca Nazionale del Regno, in Toscana che è una regione importantissima dal punto di vista dell’economia ce ne erano addirittura due, a Roma c’era la Banca Romana e nel meridione il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia che erano le banche più capitalizzate al mondo. Anzi, il solo Banco di Napoli aveva più riserve della Banca d’Inghilterra e della Banca di Francia messe insieme fino al 1850, poi completamente depredate.
Poi succede che, siccome in molti paesini che hanno costellato l’Italia non era possibile riuscire a far arrivare i soldi, verso il 1870 alcune società private, o piccole banche locali, cominciano ad emettere quelli che si chiamano biglietti fiduciari, basato sulla fiducia. Io mi fido che quella carta lì, se un domani avessi bisogno delle monete d’argento o d’oro indietro, vengo lì, me la cambi e me la dai indietro.
Quindi molte di queste banconote vengono messe in circolazione senza neanche avere un supporto legislativo, sul passaparola, sul fatto che mancavano i soldi dal Regno d’Italia.
Purtroppo, come tutte le cose, perché qualcuno ha fatto il furbo o se n’è avvantaggiato, alcune di queste società che avevano emesso cartamoneta ne emettono molte di più rispetto alle loro riserve e falliscono. Ma sono stati casi abbastanza isolati.
Verso il 1878 deve intervenire lo Stato centrale e chiudere tutte queste iniziative che invece erano nate con un obiettivo molto buono, ovvero quello del sostegno dell’economia locale e in Italia, guarda caso, proprio grazie alle crisi, nascono delle iniziative straordinarie.
Nel 2009 viene creato il Sardex. Il Sardex oggi è un sistema di moneta complementare che muove più di cento milioni di euro di economia reale.
Il sistema Sardex siccome ha avuto tanto successo si è regionalizzato, c’è il Marchex nelle Marche, il Venetex in Veneto, il Tibex a Roma e via discorrendo.
Che cos’è? Non è altro che una moneta complementare, ovvero non è emessa dallo Stato centrale e consente di fare una cosa che ha molto senso.
Uno dei problemi che è venuto fuori a partire dal 2009 è stato quello della mancanza di accesso al credito, cioè io sono un’azienda, ho bisogno di farmi finanziare, la mia banca è in difficoltà e non mi finanzia più. Cosa faccio? Sono rovinato. In più magari ho un magazzino pieno di merci che voglio vendere, ma non ho i soldi per pagare i camioncini per trasportarli, me le tengo e deperiscono.
Allora qualcuno ha detto: ascoltami, ti do io la possibilità, anche se non usi gli euro tu usa questa moneta complementare che si chiama Sardex per poter scambiare delle merci reali che esistono e che se non si scambiassero andrebbero a deperirsi o addirittura buttate via. Magari con un’altra azienda che ha bisogno di quella merce con cui ti metto in contatto io.
I soldi sono il lubrificante dell’economia, l’economia esiste perché gli uomini hanno voglia di fare impresa, ma se mancano i soldi non c’è il mezzo di scambio. Quindi queste iniziative come Sardex hanno creato una moneta parallela, che peraltro, guarda caso, viene poi contro cambiata in euro in qualunque momento.
Quindi c’è la garanzia che se io voglio i miei soldi, che posso spendere altrove, sul mio conto, li posso avere.
È un sistema molto serio, che sta muovendo molto bene e che sta avendo molte imitazioni non solo in Italia. Pensate ad esempio che in Inghilterra esiste il Bristol Pound, è un sistema anche quello straordinario di moneta complementare e nel quartiere popolare di Brixton a Londra, che è un posto poco raccomandabile, è nato il Brixton Pound.
Sono monete che consentono ad esempio ad una panetteria che ha del pane da vendere di poterlo vendere non più in sterline ma appunto in Brixton Pound e chi lo compra mette a disposizione il suo lavoro, quindi la domenica va a fare lavori di pitturazione dentro il negozio ed è uno scambio valorizzato in questa valuta complementare, quindi una cosa molto intelligente.
Il tema delle cryptovalute (35:35)
Florentino: Bitcoin, Ethereum e Ripple… qual è l’opinione di Alex Ricchebuono?
Ricchebuono: Non sta a me dirlo, ma vi voglio far ragionare. Pensate che questa innovazione tecnologica dirompente, straordinaria, oramai ha nove anni.
Se voi doveste guardare il vostro cellulare oggi e confrontarlo con quello di nove anni fa è come confrontare una caffettiera con un missile che va sulla luna perché i progressi della tecnologia sono stati straordinari e sarebbe stato già soppiantato.
Nel campo dell’innovazione tecnologica nove anni sono un’era geologica. Eppure sono solo Bitcoin, ma tante altre cryptovalute, sono lì oramai da tanto tempo e hanno continuato a crescere.
Ultimamente c’è stata un’anomalia nel sistema, ma sostanzialmente l’innovazione è lì per essere guardata.
Il problema vero è che non è regolamentata, per cui una cosa che non è regolamentata ha tutta una serie di problematiche notevoli.
È anche vero che l’innovazione delle cryptovalute, che ad oggi non sono veramente delle valute perché qualunque oggetto per essere considerato denaro deve rispondere contemporaneamente a tre definizioni: deve essere unità di conto, cioè lo posso utilizzare per scambiare il bicchiere di vino o comprarmi addirittura la bottiglia di vino, deve essere uno strumento di pagamento, quindi accettato come mezzo di pagamento ed infine riserva di valore.
Le cryptovalute ad oggi non rispondo ad almeno due di queste definizioni. Tu ti metteresti a produrre del vino essendo pagato con una moneta che nel giro di un mese fa il +100% o il -100%? Direi di no, diventa molto complicato dare il valore a quella bottiglia.
L’altra anomalia interessante di questa storia è che per la prima volta noi abbiamo un’innovazione incredibile, oggi le cryptovalute, nonostante la volatilità degli ultimi tempi, capitalizzano ancora più di 250 miliardi di dollari. Sono cifre pazzesche.
Il Bitcoin nasce da questo sedicente ingegnere informatico giapponese di nome Satoshi Nakamoto. Se in Google cliccate su Satoshi Nakamoto vi viene fuori la faccia di questo ingegnere di sessant’anni giapponese con una faccia, poverino, non particolarmente brillante, che effettivamente lavorava negli Stati Uniti e qualcuno ad un certo punto pensava che fosse lui. Lo aspettavano i giornalisti alle cinque e mezza del mattino fuori casa per fargli le interviste, ma diceva “non sono io, ve lo giuro” ed è dovuto uscire con il documento dicendo di essere un omonimo.
La verità è che l’innovazione delle divise digitali non ha oggi un padre, quindi è un’anomalia, ed è stata messa sul mercato nel 2009, anzi, il protocollo addirittura nel 2008, quasi in contemporanea con lo scoppio della crisi di Lehman.
Per tornare al tuo punto, le crisi sono i motori propulsivi, molto spesso, delle grandi innovazioni. In alcuni casi partivi con le truffe, in altri con qualcosa di dirompente.
Quello che io ti posso dire è che effettivamente l’idea di una moneta digitale dematerializzata, che funzioni sette giorni su sette, 24 ore su 24 e 365 giorni l’anno, a costi molto bassi e che consenta di trasferire denaro dall’Italia al Giappone e dal Giappone all’Argentina in tempo zero, è un’idea che ha senso nell’era del trasferimento dei dati.
Se io per esempio volessi trasferirti adesso il video dei miei figli che ho fatto l’altro weekend quando siamo andati a sciare, che pesa 800 MB, te lo potrei fare a costo zero, immediatamente adesso, faccio un click e ti arriva su WhatsApp e tu lo ricevi. Questa cosa se l’avessi voluta fare 6-7 anni fa era fantascienza, dovevo pagare delle cifre pazzesche alle compagnie telefoniche, non c’era la tecnologia.
Pensare che, come nel caso di Wikipedia che ha tolto quasi dalla circolazione quei grandissimi e bellissimi tomi che io adoro come la Treccani, piuttosto che la Britannica che avevamo tutti in casa e compravamo spendendo milioni e milioni di vecchie lire, oppure pensa ai dischi in vinile… io ce ne ho uno qui dietro, lo faccio vedere, guardate che bello, questo è un disco in vinile un po’ rotto poverino, ma io lo tengo perché è archeologia industriale.
Una volta chi produceva questi dischi erano aziende straordinarie che facevano degli utili pazzeschi. È arrivato Spotify e sono spariti dalla circolazione.
La tecnologia in sé è sempre andata avanti, ha sempre portato innovazione purtroppo facendo dei morti e dei feriti, per cui qualcuno che non si è voluto adattare, non è stato capace di adattarsi, è rimasto schiacciato sotto, però ha portato del benessere.
Vedo in senso molto positivo questa innovazione, perché la forza della tecnologia Blockchain è quella di poterci consentire in tempo reale di trasferire dati, informazioni e servizi, senza più aver bisogno di un intermediario o senza dover necessariamente pagare delle commissioni molto forti ad un intermediario per fare queste cose che si possono fare dal computer di casa, consentendo invece di fare crescere l’economia su dei binari che magari uno non s’immagina nemmeno.
Resta il fatto che il rapporto umano, quello che può dare il consulente, non solo finanziario, non potrà mai essere soppiantato da un robot.
Anche se ci sono studi in questo senso, c’è qualcuno che s’immagina un mondo alla Blade Runner, io sono convinto che siano più sforzi di fantascienza che di realtà. Avremo a disposizione delle meravigliose tecnologie che però saranno di aiuto, di supporto a bravi professionisti che saranno in grado di saperle utilizzare nei migliori interessi dei loro clienti.

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