Il professor Stefano Allievi è specializzato nello studio dei fenomeni migratori, in sociologia delle religioni e in studi sul mutamento culturale e politico in Europa, con particolare attenzione al pluralismo culturale e religioso, e in specifico alla presenza dell’islam.
Al di là degli impegni accademici, svolge un’ampia attività di divulgazione e di animazione sociale e culturale; e coltiva in parallelo una passione di lungo corso per la poesia. Ha diretto e partecipato a programmi di ricerca sui temi della pluralità culturale e religiosa in Italia; ha partecipato altresì a numerosi programmi di ricerca internazionali.
È autore di oltre un centinaio di pubblicazioni in vari Paesi e di numerosi articoli e interviste su dibattiti di attualità.
Ultimi libri pubblicati:
5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare), Laterza, 2018
Punti di vista. Sociologia delle cose, e di altre cose, Ronzani Editore, 2018 (poesie)
Immigrazione. Cambiare tutto, Laterza, 2018
Il burkini come metafora. Conflitti simbolici sull’islam in Europa, Castelvecchi, 2017
Conversioni: un nuovo modo di essere religiosi?, Guida, 2017
Nel mondo dei qualsiasi, Manni, 2016 (poesie)
Indice
COSA POTRAI APPRENDERE DA QUESTA INTERVISTA:
Il tema della demografia (4:00)
Le diverse percezioni (10:50)
Lo sviluppo economico e i fenomeni collegati (15:20)
La diversità che fa paura (23:55)
Diffondere la paura (28:10)
Il tema delle generazioni (41:15)
Mi fa molto piacere presentarvi il professor Allevi con il quale converseremo di demografia, di flussi migratori, facendo tesoro del suo ultimo libro “5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare)”. Librino che sta scalando le classifiche e che racconta un tema molto caldo qui in Italia e in Europa.
Ho voluto trattare questo tema perché credo che la responsabilità che i consulenti finanziari hanno nei confronti dei loro clienti è esattamente la responsabilità che un medico ha nei confronti dei pazienti: si prendono cura della salute e dei risparmi. E ritengo anche che sia necessario separare le opinioni dai fatti.
Vorrei cominciare dal tema demografico che alla fine governa tantissime dinamiche, come quelle economiche, legate al futuro, alle culture, e via dicendo.
Ricordo con piacere un mio viaggio in Israele tre anni fa. La cosa che mi colpì di più di Tel Aviv, durante la mia permanenza, era l’aver incontrato durante il mio girare in città forse dieci persone anziane. Quando sono atterrato a Venezia ho visto il contrario, ovvero c’erano dieci giovani e il resto erano anziani. E ho notato che a Tel Aviv gli anziani erano particolarmente arrabbiati come lo sono i giovani in Italia, nel senso che è dura fare l’anziano in un mondo di giovani, ed è dura fare i giovani in un mondo di anziani.
Il tema della demografia (4:00)
Florentino: Legato al tema della demografia c’è molto del futuro, non solo di questo Paese, ma dell’Europa.
Allievi: Mi colpisce molto che quello che secondo me è il tema fondamentale del nostro futuro, sia completamente assente dal dibattito pubblico, dai media, dalla politica. Chi parla di demografia?
Naturalmente c’entra con le immigrazioni, ma cominciamo con alcune considerazioni sulla demografia.
Prendiamo alcuni Paesi che si trovano al di là del Mediterraneo. L’Africa, all’ingrosso, è la demografia che ogni tanto ci invitano ad osservare con orrore: “Guardate cosa succede in Africa, la popolazione raddoppierà!”.
I 10 Stati più giovani del mondo sono tutti in Africa. Alcuni stati hanno un’età media tra i 15 e i 20 anni. La Nigeria sostituirà gli Stati Uniti tra pochissimo come terzo Paese più popoloso al mondo.
Vi invito a guardare con orrore la demografia da noi, perché noi già siamo in questa situazione.
La piramide demografica si è quasi rovesciata e ha queste caratteristiche. Già oggi, nel nord Italia, abbiamo per ogni under 15, due over 65. Abbiamo 3 lavoratori attivi e 2 pensionati.
Nel 2050, il rapporto sarà 1:1 ed è terrificante.
Ogni anno vanno in pensione in Italia 300.000 persone, in Europa 3 milioni (inteso come chi fino a ieri lavorava e il giorno dopo va in pensione). Persone che non vengono sostituite da nessuno perché chi doveva sostituirle non è mai nato.
In termini europei, 3 milioni l’anno dal 2015 al 2050, fa 100 milioni di lavoratori attivi in meno.
Vuol dire avere un impatto in termini anche di Prodotto Interno Lordo terrificante.
Una cosa che non racconta nessuno: la Germania era con noi il Paese più vecchio d’Europa, tra i più vecchi del mondo c’è anche il Giappone. Ma la Germania è in una situazione migliore perché nel 2015 ha preso 1 milione e mezzo di immigrati in età lavorativa, tendenzialmente giovani.
Ma ancora si dibatte di queste cose e in queste settimane si sta discutendo una legge per riaprire le frontiere all’ingresso regolare di migranti.
Io mi preoccupo da molto tempo di queste cose. Da molto tempo penso che occorrerebbe una politica favorevole alla natalità.
Ammesso e non concesso che la facciano oggi e che funzioni – cosa di cui non abbiamo alcuna garanzia, visto che non si fanno figli solo per motivi economici perché se no non si spiega come mai chi fa meno figli faccia parte della categoria dei ricchi, ma ci sono anche motivi culturali – anche se oggi facessimo una politica favorevole alla natalità e se funzionasse, vedremmo gli effetti tra 20 anni.
E intanto siamo in una situazione preoccupante. A me preoccupa non solo per la sostenibilità del sistema pensionistico perché i giovani, precari di oggi, quelli che entrano nel mercato del lavoro coi lavoretti, non la vedranno mai una pensione seria e non saranno in grado di mantenere una pensione seria del loro padre che si ritroveranno a mantenere. Ma è proprio un problema di tipo di società, quello che dicevi tu: esteticamente.
Mi fa orrore una società di vecchi, sarà perché sono molto vicino a quella categoria o ci appartengo direttamente, e capisco i difetti che hanno.
Non sono loro a fare innovazione, a fare le startup, a fare le invenzioni, a dire “apro un’azienda e assumo 200 persone perché tra 20 anni voglio essere ricco”.
E l’ultima considerazione riguarda proprio le prospettive.
Che prospettive si hanno? Un Paese in recessione demografica è un Paese in recessione economica.
E non ci sono più lavoratori.
Se dovessi aprire un’azienda con 2.000 dipendenti dove li trovo? In Veneto dove ci sono alcune province con un tasso di disoccupazione più basso che in Baviera e con un tasso di risparmio privato famigliare infinitamente più alto, per cui i giovani italiani non lavorano, non studiano se non trovano. Oppure emigrano.
E allora vado in Croazia o vado in Austria dove, se non ci sono, pur di aprire un’azienda mi consentono di importarli.
Florentino: Quindi, di fatto, c’è sempre un Paese che importa e c’è sempre un Paese che dona flussi demografici.
Allievi: Sono 30 anni che mi occupo di immigrazioni. Non esistono più Paesi di emigrazione e Paesi di immigrazione: esistono Paesi che sono entrambe le cose. Pochi lo sanno, ma per ogni due persone che migrano in Inghilterra, che è una meta anche di molti italiani (Londra è la sesta città italiana per numero di abitanti), per ogni due che entrano ce n’è uno che migra altrove.
In Francia, il rapporto è quasi equivalente. In Spagna sono di più quelli che escono di quelli che entrano.
In Italia sapete com’è la questione? Che l’anno scorso, 2017, sono emigrate il doppio delle persone che sono arrivate. Il doppio.
Dov’è l’invasione? Così, domanda retorica.
Le diverse percezioni (10:50)
Florentino: Mi ha colpito una cosa che ho sperimentato su me stesso e che mi ha fatto molto riflettere: non più tardi di un mese fa vedo la pubblicità di un kit che dà la possibilità di capire le tue origini attraverso il DNA. L’ho ordinato, ho fatto il test e ho scoperto che, pur essendo nato nel nord est a Padova e con i genitori di origine lucana (mia mamma non c’è più e mio padre è ancora vivente), ho il 52% di etnia greca, il 12% di etnia ispanica e per il 30% sono ebreo sefardita del nord Africa.
Il tema è un tema culturale, vedendo il mio DNA sono felicemente un miscuglio di “razze”, chiamiamole etnie o chiamiamole origini, e mi ha fatto molto riflettere questa cosa perché, effettivamente, di cosa stiamo parlando?
C’è un tema del percepito che prende lo stomaco, forse perché la società è “vecchia”, e notoriamente una persona anziana, o una società anziana, ha più timore di una società giovane.
Allievi: Gli italiani sono tra i Paesi che vedono la differenza tra reale e percepito più alta. Credono che gli stranieri siano un grosso 30% della popolazione. Ma sono il 9%.
Credono che i musulmani siano il 20% della popolazione. E sono il 3%.
Quando pensano a “stranieri”, pensano agli africani, ai neri o agli arabi. Ma la metà circa dell’immigrazione, anzi molto di più, viene da altre zone. Ci sono anche gli europei, quindi abbiamo una grossa presenza dalla Romania, dalla Moldavia, dall’Ucraina… E poi abbiamo i cinesi e altri asiatici.
Ma perché questa percezione? Perché la percezione non è sull’immigrazione, è sugli sbarchi.
Il grosso problema è che quando diciamo “immigrazione” il cittadino medio capisce “quelli che sbarcano, che sono arrivati l’altro ieri a Pozzallo”.
Quelle persone, l’anno scorso, sono state poco più di 100.000. Su 5 milioni di immigrati, incidono niente.
Solo la differenza tra nati e morti italiani è molto superiore, cioè i morti sono molto di più dei nati, in quantità maggiore dei 115.000 che sono arrivati l’anno scorso.
Il nostro immaginario è tutto su quello, per cui anche l’opinione pubblica, l’incattivimento che molti sottolineano rispetto all’immigrazione, si ha contro i richiedenti asilo che ciondolano fuori da un centro d’accoglienza e che non lavorano. Ma questa cosa ricade su 5 milioni di immigrati anche se in larga parte lavorano – anzi, hanno un tasso di partecipazione al mercato del lavoro più alto degli italiani, così come hanno un tasso di alta imprenditoria più alto degli italiani – che pagano le tasse, che hanno fatto figli, che parlano dialetti, ecc.
Quando diciamo gli “immigrati” intendiamo anche loro, mentre ce l’abbiamo con quelli che consideriamo dei parassiti, arrivati all’ultimo, che si sono infilati in un sistema del welfare lucrando in posizioni che tolgono a noi.
Lo sviluppo economico e i fenomeni collegati (15:20)
Florentino: C’è un passaggio nel tuo libro precedente dove dici: “Nelle città dove c’è sviluppo economico, è normale che le persone si spostino dove c’è lavoro”.
Alcuni comuni italiani hanno vissuto il tema dell’immigrazione negli anni ’60 e ’70, dove le persone sono arrivate perché “vieni su che c’è lavoro”. Ad esempio ad Arzignano, in provincia di Vicenza, dove ci sono le concerie, c’è una forte rappresentanza di immigrati perché fanno i famosi lavori in 3D: Dirty, Demeaning e Danger, lavori sporchi, modesti o comunque umili, e che sono pericolosi.
Non c’è rischio che anche il flusso migratorio venga inteso solo ed esclusivamente come per quelle persone che vengono a fare i lavori che gli italiani non sono più disposti a fare?
Allievi: Ci sono due questioni. Una più generale, che si fa fatica a far passare ma è importantissima: se noi prendiamo le aree del mondo col più alto tasso di sviluppo e ci facciamo un cerchietto intorno; poi prendiamo le aree del mondo con più giovani e ci facciamo un cerchietto intorno; poi prendiamo le aree del mondo con più immigrati; e poi sovrapponiamo queste tre cartine. Molti punti sono assolutamente coincidenti, il che non significa che se ci sono più immigrati c’è più sviluppo, ma il rapporto è di causalità: se c’è più sviluppo, attrai i giovani e attrai anche immigrati di altri Paesi o di altre città dello stesso Paese. E queste è una considerazione generale che va fatta.
Dopodiché, sul lavoro è più complicato, nel senso che abbiamo diverse questioni che si intrecciano.
La prima. Effettivamente ci sono lavori che gli italiani non fanno più, ma anche questo vale come argomento più generale. In Silicon Valley ogni due nuovi lavori nella new economy se ne creano 5 di chi stira le camicie, fa le pulizie nelle case, cuoce le pizze e le consegna a domicilio a quelli che lavorano nella new economy.
Il lavoro di buon livello produce nuovo lavoro di basso livello ed è per quello che esisterà sempre. Ma gli autoctoni effettivamente non lo vogliono fare più ed è anche intuibile.
Tu sei nel tuo Paese, hai la rete di protezione familiare, hai una casa bella e se stai a casa a vedere gli amici o a giocare ai videogiochi comunque passi il tempo.
Se invece hai una casa orrenda, con dentro dodici persone in due locali… diciamo che sei un pelino più motivato a cambiare la tua situazione. Per cui prendi qualunque roba.
Noi siamo il Paese in Europa col più alto numero di giovani NEET, i famosi Nothing Employement Education and Training, cioè che né lavorano, né studiano, né fanno training.
Il Paese col più alto numero.
Eppure abbiamo gli immigrati.
Se anche gli immigrati – diciamo così – magicamente evaporassero tutti e non ne arrivassero più attraverso gli sbarchi, i 200.000 giovani che sono emigrati l’anno scorso sarebbero emigrati comunque, tranne forse 10.000/15.000 che sono quelli col livello di istruzione più basso e con le aspettative minori, “se si liberano dieci posti nell’edilizia di basso livello vado lì, ma se no non ci vado”.
Se prendo i dati, ho analizzato proprio un paio di settimane fa tutti quelli di Veneto Lavoro ti dicono che le 5-6 professioni dove trovi la maggior quantità di immigrati sono:
- Le badanti, ce le dimentichiamo sempre perché noi ci arrabbiamo con i migranti che arrivano, ma gli affidiamo i nostri anziani. Abbiamo quasi un milione di badanti in questo Paese.
- Il facchinaggio.
- Gli operai non specializzati in edilizia, quindi non chi mette le piastrelle, non l’idraulico, non l’elettricista, ma chi porta i sacchi di cemento e chi casca dalle impalcature.
- Il livello più basso degli operai nella manifattura, quindi non chi sta al tornio o alla macchina alfanumerica, ma dove c’è ancora il tornio a mano, a pedale, e questo è uno dei problemi di questo Paese: nelle piccole aziende noi siamo al livello più basso – l’ho letto proprio oggi sul Financial Times – a livello europeo, tra il livello di produttività delle aziende sotto i 15 dipendenti che sono il grosso delle nostre aziende. Abbiamo ancora in alcuni casi il tornio a pedale e lì c’è anche l’immigrato.
- Nel settore che si chiama logistica, ma poi vuol dire carico-scarico di merci.
- Chi guida i pulmini.
Obiettivamente i ragazzi italiani non fanno più questi lavori. E fanno bene, aggiungo, perché – e anche qua il dato demografico ci dice molto – quelli che escono adesso dal mercato del lavoro (cioè che vanno in pensione e sono entrati nel mercato del lavoro 40 anni fa) hanno un livello di istruzione che per l’80% al massimo ha la terza media.
Quelli che escono oggi dalle scuole superiori, cioè i ragazzi italiani che entrano nel mercato del lavoro, hanno all’80% come minimo le scuole superiori. Non è lo stesso lavoro quello lasciato dal padre, il figlio ha finito come minimo le superiori e quindi non va a fare quel lavoro che accetta di fare l’immigrato, ma va semmai a Berlino a fare il cuoco o il cameriere, dove comunque guadagna tanto quanto l’immigrato in proporzione anche se fa lo stesso un lavoro 3D, ma almeno in un posto interessante e dove si diverte un sacco.
Florentino: E impara una lingua, che potrebbe essergli utile.
Allievi: La lingua e poi sono posti dove c’è musica h24, dove ci si diverte e si incontrano persone di tutte le razze possibili e immaginabili. A San Giovanni Lupatoto no. Scoprire che ci sono tante culture, tante lingue, tanti modi di vestirsi… ai giovani mediamente piace. Sono gli anzianotti che preferiscono non mangiare il kebab, il sushi, ecc., ma in realtà ai giovani piace sperimentare nuove culture.
La diversità che fa paura (23:55)
Florentino: Perché la diversità, che peraltro è il titolo di un capitolo del tuo libro, ci fa paura, ma nel contempo ci attrae?
Allievi: Ci fa paura di default. E va bene così ed è normale che sia così.
La paura è sottovalutata nel senso che ha un’importanza storica straordinaria.
Per fortuna i nostri antenati avevano paura degli animali pericolosi e scappavano, se no non saremmo qua a parlare.
La paura ha una valenza importante, ha un significato importante. Ed è anche un’operazione di default, diciamo così. Di fronte ad una cosa nuova come prima reazione mi chiudo, ho un po’ paura; dopo, magari, la sperimento, mi piace, oppure la sperimento e continua a non piacermi, ma non ho più paura perché adesso l’ho sperimentata.
Il problema che c’è stato in Italia, drammatico – lo dico davvero da un quarto di secolo – è che noi avremmo dovuto spendere (dovremmo spendere) la metà della nostra intelligenza, della nostra fantasia, anche dei nostri soldi, a spiegare agli italiani cosa sta succedendo, cioè che arrivano gli immigrati. Non solo per integrare gli immigrati, se mai lo facciamo, perché anche l’immigrazione è come il matrimonio: bisogna volerlo in due.
Per esempio in Germania investono molto su questo spiegandolo ai sindaci dei paesi.
In Veneto il prefetto ti mandava tre richiedenti asilo e c’era subito il sindaco che si incatenava sul piazzale con i comitati contro. A parità di dimensioni, in Germania non gliene mandavano tre, gliene mandavano 300, però spiegando che questo cambiava la demografia del Paese.
Spiegando che 300 persone che arrivano significa 100 appartamenti da costruire. Le aziende del Paese lavorano e vuol dire 300 consumatori, vuol dire 300 clienti per i medici di base, vuol dire che le classi delle scuole elementari che stavi chiudendo licenziando gli insegnanti autoctoni continueranno ad esserci e ne verranno aperte altre assumendo altri insegnanti autoctoni, e così via…
In Italia abbiamo ancora un’idea primitiva, sorprendentemente primitiva e anche ad alto livello (come dire…commentatori, politici, giornalisti di rilievo, intellettuali…).
Ritenere che l’economia è una torta e, se arrivano delle altre persone, la fetta per me rimane più piccola perché altri vogliono la loro fetta, è un’idea veramente primitiva. È l’ABC dell’esame di economia politica, tra l’altro. È una torta, sì, ma che lievita continuamente, in altezza, per cui è sempre più grande in realtà.
Faccio un esempio contrario che mi ha colpito tantissimo e che è successo un mese e mezzo fa: a Ventotene, l’isola di Ventotene, stavano per chiudere la scuola perché non c’erano abbastanza bambini per giustificare una scuola elementare, non c’era proprio il minimo di legge.
La sindaca ha avuto un’idea intelligente e ha detto: prendiamo due famiglie di richiedenti asilo con bambini (due famiglie, non 2.000) nell’isola di Ventotene. Gli abitanti hanno detto no, perché gli adulti potrebbero portar via il lavoro a uno di loro… Proprio con l’idea, appunto, della torta, della fetta.
Risultato: la scuola ha chiuso e adesso le famiglie di Ventotene sono costrette a mandare le mamme ad abitare nella provincia di Latina dove iscriveranno i figli.
Questo fa capire non i vantaggi dell’immigrazione, ma gli svantaggi che si potrebbero avere.
Diffondere la paura (28:10)
Domanda del pubblico: La classe politica fa leva sulla paura per raccogliere voti, ma questo alla lunga non crea problemi al sistema, per esempio di immobilismo?
Allievi: Sì, giganteschi e il problema è questo. Io credo che, al di là dell’opinione politica che ciascuno di noi può avere (io ho parlato con ministri di diverso orientamento), in questo momento alimentare la paura si traduce in nonsenso. Se io predico “abbiate paura”, la gente si fida di me, ha paura e mi vota. Ma è ancora più grave di questo.
Queste stesse persone non hanno interesse a risolvere il problema.
L’immigrazione implica anche dei problemi, anche molto seri, in termini di integrazione, integrazione culturale, di devianza, di cose di questo genere.
Tutte le immigrazioni, incluse le nostre in passato.
Ma se tu dici “c’è un problema, proviamo a risolverlo”, si perde la ragione per cui tu ottieni il consenso. Chi vive sulla paura, chi alimenta il conflitto, ha interesse a che il conflitto perduri, non ha interesse a risolvere il problema, che è ancora più grave, perché questo poi ha degli effetti sugli altri.
Faccio un esempio fuori dall’Italia, così è più netto. In Germania c’è l’AFD, l’Alternative für Deutschland, partito diciamo neonazista e xenofobo. Il problema non è tanto che l’AFD prende dei voti (che abbiamo visto che non ne ha presi poi così tanti, ne ha presi il 10% e si pensava anche molti di più), ma è che la Merkel dovrà tener conto del fatto che c’è l’AFD e, per evitare che prenda il 20%, dovrà fare delle politiche che assomigliano un po’ a quelle dell’AFD.
E il sistema si avvelena. Finché non prendiamo una nasata micidiale su dove ci sta portando questa cosa, il problema è che temo che in questo momento se prendessimo la nasata sarà davvero troppo tardi.
Florentino: Cosa si potrebbe fare a questo punto?
Allievi: Noi da 30 anni a questa parte (noi come Italia, come tutti i Paesi europei) abbiamo progressivamente chiuso le frontiere all’immigrazione regolare. 30 anni fa si poteva andare avanti e indietro per le frontiere, fare sei mesi, fare dei lavori stagionali e poi tornare in Marocco, in Turchia, in Senegal. Si poteva, legalmente, non irregolarmente. Oggi non si può più.
Per far capire a tutti faccio proprio un esempio molto semplice: immaginiamo che domani l’Italia faccia una legge “prima gli italiani”, come va di moda, come quelle “prima i veneti”, che dice basta con lo champagne, il whiskey, la vodka, e queste bevande decadenti e foreste; prima gli italiani, prima il prosecco, prima la grappa. E noi tutti contenti: “Che bello, facciamo una legge, ci avvantaggiamo noi, perfetto!”.
Risultato: da domani nessuno beve più champagne? Assolutamente no, da domani ci sarà un gigantesco mercato illegale di liquori stranieri, come infatti è successo storicamente in tempi di oppressioni.
Non volendo più gli immigrati, abbiamo regalato un intero settore merceologico, che in passato era controllato dallo Stato (attraverso le politiche dei visti, delle quote, dei permessi di lavoro, di soggiorno, eccetera), alle mafie transnazionali. È terrificante. Perché? Intanto ci sono una serie di effetti collaterali in tutto ciò: non puoi entrare regolarmente, arrivi irregolarmente pagando altri.
Immaginiamo che io sia un ventenne della Costa D’Avorio che dice: “Provo ad andare a lavorare un anno in Italia”.
Vado all’ambasciata italiana, chiedo il visto e mi diranno no, senza neanche “no, grazie”.
Immaginiamo che gli dicessimo: “Sì, però ci sono delle condizioni: fedina penale pulita, ti paghi l’assicurazione in anticipo (vuoi stare un anno? Ti paghi l’assicurazione per un anno, così se ti fai del male non sei neanche a spese nostre), ti paghi in anticipo il biglietto aereo di ritorno (così se combini qualcosa, spacci o fai qualcosa di illegale, o semplicemente finisci i soldi, ti rimpatriamo a tue spese)”.
Lui spenderebbe comunque meno che non affidarsi alle mafie transnazionali, ci metterebbe comunque 6 ore di volo anziché – la media è terrificante – un anno e 7 mesi per andare dall’Africa occidentale o dal corno d’Africa, dalla Libia. Questi ragazzi hanno fatto di media un anno e 7 mesi di viaggio perché sono passati dal primo confine, sono stati spogliati di tutto, bastonati, hanno lavorato 4 mesi per comprare dei soldi, poi hanno fatto altri 200 km, un pezzo di deserto, briganti che li hanno spogliati di tutto, poi lavori forzati nei campi in Libia…
Questa è la realtà ed è una follia. In più, ha un sacco di effetti collaterali.
Pochi lo sanno, ma io nei miei libri ho documentato questa cosa: il livello di istruzione dei migranti, cioè il tasso di analfabetismo è molto più alto e quindi anche la difficoltà dell’integrazione.
Se spendi un po’ ci riesci ad integrarti, però devi cominciare dall’ABC invece che dalla G o dalla H.
Abbiamo un numero di minori stranieri non accompagnati molto alto e anche questo è figlio di questo meccanismo: da che mondo è mondo, se non c’è da mangiare parte papà. Non a caso in inglese l’espressione “quello che porta il reddito” si dice “bread winner”. Se non può partire papà, parte la mamma.
Oggi, uno su 8 di quelli che arrivano con gli sbarchi irregolarmente è un minore, maschio, dell’età presunta 16-18 anni.
E perché?
Perché le famiglie dicono: se parte papà lo fermano a metà, annega cioè corre dei rischi e non gli daranno il permesso.
Ai minori, siccome siamo buoni anche se un po’ ipocriti (non solo gli italiani, tutti gli europei), si presta un occhio di riguardo. Queste persone hanno la mission di lavorare.
Noi li mettiamo a scuola e loro scappano per andare a lavorare. E visto che non possono lavorare regolarmente, c’è un irregolare in più sul territorio.
In più, c’è tutta questa pantomima dei richiedenti asilo. Esistono i richiedenti asilo e hanno diritto a una tutela in più. Se il mio Paese non c’è più perché è stato distrutto, magari con la collaborazione delle armi che gli ho venduto e degli eserciti che ho sostenuto… devo aiutarli.
Al migrante economico diciamo: “Non puoi entrare”, “Non puoi entrare regolarmente”.
E così lui ci prova irregolarmente. Se ci riesce, arriva e dice: “Vorrei lavorare”.
Lui vorrebbe farlo, ma se dice così gli diciamo: “Non prendiamo in considerazione la tua domanda”. Siamo noi che gli diciamo “dichiarati richiedente asilo” per poi metterci un anno e mezzo a rispondere dicendo di no alla maggior parte. E così avremo prodotto degli irregolari.
Oggi si stima che, in un’Europa di 5 milioni di abitanti, gli irregolari, gli sconosciuti alla residenza, ai documenti… siano 10 milioni di persone. È una follia, ma l’abbiamo costruita noi, per cui ci siamo imprigionati da soli dentro un meccanismo assolutamente demente.
La cosa da fare è riaprire prima di tutto i canali regolari (ribadisco, la Germania lo sta facendo in controtendenza con tutti, perché ha capito che è il modo migliore), e poi rivedere tutte le procedure.
La cosa da non fare, che invece è quella che si è deciso di fare con l’ultimo decreto, è disinvestire sulla questione. Se tu spendi per dargli da mangiare e da dormire, hai buttato via i soldi effettivamente. Tu devi spendere per fare corsi di italiano, di cultura del Paese, formazione professionale, orientamento lavoro.
A quel punto, aggiungo, ci guadagni: è un investimento come è un investimento la scuola per i nostri figli, non è una spesa improduttiva.
Perché tu, in 6-8 mesi di formazione, spendi infinitamente meno di quello che spenderesti formando una persona dai 5 ai 18 anni di scuola e hai pronto un operaio da inserire in un mercato del lavoro facendolo lavorare regolarmente.
E se lavora regolarmente pagando le tasse, nel giro massimo di due anni avrà già restituito a te Stato i soldi che hai speso per lui.
Florentino: Questo probabilmente impone una visione che non è di breve termine.
Oggi si dice che siamo affetti da “presentismo”, dove si è sempre e costantemente sul presente e si è trasformata la tattica in strategia. In realtà la tattica è tattica ed è il problema grosso del ragionare sempre e solo a breve termine.
Sembra che la politica abbia preso un po’ il vizio.
Allievi: Quello che dici è vero e vale per tante altre cose (penso all’ambiente, al riscaldamento climatico e a cose di questo tipo). Su questo tema è particolarmente agghiacciante, quelli che oggi stanno decidendo queste cose, quelli che oggi sostengono chi decide queste cose, stanno facendo un danno ai loro figli; dovrebbero guardare negli occhi i loro figli e dirgli: “Io ti sto fregando, perché sto dicendo che mi dovrai mantenere tu perché impedisco di farlo a dei ragazzi per i quali ho spazio per determinati lavori e quindi toccherà a te.”.
Bisognerebbe avere questo coraggio che naturalmente non ha nessuno. E la cosa è davvero inquietante, stiamo massacrando il futuro dei nostri figli.
Io ormai non ho tantissimo davanti quindi sono meno preoccupato per me, ma per loro sono preoccupato in modo terrificante.
Il tema delle generazioni (41:15)
Florentino: C’è un tema anche di lobby delle generazioni che sono le generazioni anziane, dove anche nel prendere determinate decisioni si va a determinare delle politiche giovanili che sono pressoché inesistenti in Italia.
Allievi: Sì. Sulla Brexit, tra l’altro, si è visto questo giochino delle differenze generazionali.
Il problema vero è che noi dovremmo guardarci dentro e dire: ma noi cosa stiamo offrendo ai nostri giovani?
E dovrebbe chiederselo anche il mondo dell’impresa.
Siamo un Paese che ha il più basso differenziale salariale tra laureati e non laureati. Il laureato guadagna di più e lo paghi di più, ma se gli dai una virgola di più del non laureato, non si laurea alla fine.
Noi abbiamo un tasso di laureati che è la metà dei laureati della Germania, e meno ancora di altri Paesi del nord Europa. È agghiacciante.
E questo vale anche per i nostri manager.
Il numero di laureati fra i manager italiani è un terzo dei laureati tra i manager tedeschi.
O ci diciamo che la laurea non serve a niente e ci crediamo davvero, oppure prendiamo i dati di tutti gli altri Paesi che ci dicono che l’investimento prodotto in ricerca, in alta cultura, ecc., rende molto di più.
Se no ci meritiamo il Paese che abbiamo e, aggiungo, ci meritiamo l’immigrazione che abbiamo.
Per esempio, noi trattiamo gli immigrati obiettivamente maluccio.
La media di differenza salariale tra un immigrato e un non immigrato, a parità di lavoro, è di 7.500 € in meno per l’immigrato. Questo ha portato, usando gli immigrati in questo modo, a dei danni per gli italiani di fascia più bassa.
In alcuni settori l’arrivo degli immigrati ha causato la caduta dei salari.
In altri settori è accaduto diversamente. La presenza di donne straniere che fanno le badanti e le colf – sono studi della Banca d’Italia molto seri – ci dicono che hanno consentito un aumento del salario medio delle donne che sono potute tornare nel mercato del lavoro a un livello più alto.
La presa di coscienza (44:05)
Florentino: Questo è significativo di come le opinioni vadano separate dai fatti e credo anche che il dovere morale e anche professionale di un consulente finanziario è anche quello di cercare di approfondire questo tipo di temi, visto che aiuta e coadiuva in partnership con i propri clienti nel cercare di disegnare il loro futuro. E penso che questo sia di fondamentale importanza.
Vi invito veramente a leggere tutti i libri del professor Allievi perché sono illuminanti nel vero senso della parola. Sono stati una delle mie letture estive e, tra l’altro, sono stati anche motivo in più per confutare tanti pregiudizi, tanti stereotipi, che mi rendo conto che derivano proprio da una percezione assolutamente fuori dalla realtà.
Ti riporto alcune considerazioni fatte dai nostri spettatori: “Ma i nostri figli e nipoti si meritano che ciò che ci stanno prestando, il presente, glielo restituiremo distrutto?”.
Allievi: Loro non si meritano niente e noi gli stiamo effettivamente consegnando un mondo assai più complicato.
Sui grandi orizzonti è difficile fare analisi in breve, nel senso che la stessa cosa c’è chi la chiama precarietà e c’è chi la chiama opportunità o fluidità. In realtà ci sono entrambe le cose, cioè gli scenari non sono in bianco e nero. Così come l’immigrazione non è in bianco e nero.
Professionalmente, mi rifiuto di angelicare gli stranieri e sono perfettamente cosciente di tutti i problemi che ci sono e mi piacerebbe poterli affrontare uno a uno. Così come la tecnologia che ci inventa dei problemi che non avevamo ieri, ma progressivamente ci inventa anche le soluzioni.
Anche la convivenza tra culture diverse è una diversità relativa, i figli che nascono fanno le stesse scuole, si assomigliano molto di più rispetto a quanto possa essere vero per le prime generazioni di immigranti.
Non bisogna avere un’idea fissa.
L’immigrazione non è un set di fotografie, sono dei video il cui finale dipende anche dal tempo di interrelazione che abbiamo con gli altri.
Ho la percezione che le cose potrebbero andare diversamente e il fatto che si persista ad andare nella direzione sbagliata inquieta e riguarda anche altri ambiti naturalmente (pensiamo alla difesa dell’ambiente).
Ma le cose potrebbero andare diversamente, potremmo guadagnarci di più tutti dal gestire i fenomeni, gestendoli insieme.
“Un’intervista illuminante. Dati oggettivi contro percezioni propagandistiche. Riflettiamoci su che futuro vogliamo rispetto a quello che ci stanno preparando”.

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